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L’abuso sui minori rappresenta un fenomeno complesso, con valenze psicologiche, sociali, culturali e giudiziarie, tali da richiedere un approccio integrato.
Le dimensioni epidemiologiche e sociali del fenomeno sono difficili da stabilire. Si pone comunque la necessità di individuare “sensori” e “rilevatori” che siano attendibilmente in grado di cogliere e di intercettare le situazioni psicosociali “a rischio”, al fine di programmare interventi preventivi che possano risultare realmente efficaci. In questa prospettiva, occorre cercare di rispettare alcuni requisiti minimi per realizzare “buone prassi” negli interventi psicosociali e giudiziari, così sintetizzabili: a) ricerca di una collaborazione efficace tra la giustizia e le scienze psicologiche; b) necessità di adottare, nelle valutazioni e nei giudizi, “leggi scientifiche di copertura” dotate delle sufficienti “evidenze”; c) rispetto di criteri rigorosi nell’ascolto giudiziario del minore testimone.
A questo proposito, occorre considerare come il giusto rigore sanzionatorio che vige in questo settore richieda, da parte soprattutto degli esperti che forniscono le loro valutazioni al magistrato, un’attenzione alla coerenza ed alla “forza” delle metodologie adottate e delle teorie di riferimento, onde poter fornire materiale utile a garantire in sede giudiziaria un sufficiente rigore probatorio.
L’abuso sui minori rimane essenzialmente un problema “nascosto”. Emerge una difficoltà interpretativa derivante da una parte dalla consapevolezza di trovarsi di fronte ad un fenomeno più esteso di quello rilevabile dalle statistiche ufficiali, ovvero sommerso; dall’altra, tuttavia, le statistiche possono sovrastimare il fenomeno in quanto possono logicamente contenere dei “falsi positivi”. Si contrappongono e si bilanciano rischi di sopravalutazione e di sottovalutazione, tra la paura dell’”orco” e la “caccia alle streghe”. L’abuso sui minori è una drammatica realtà che interessa un gran numero di bambini: negli Stati Uniti, ad esempio, circa tre milioni di bambini sono vittime ogni anno di violenza fisica e/o sessuale, di abusi psicologici e di gravi trascuratezze. Ma l’abuso comporta anche una costruzione sociale, per cui viene amplificato o minimizzato a seconda che siano adeguatamente riconosciuti i diritti dei bambini e si sviluppi una sensibilità sociale attorno a questi temi. Se questo cambiamento di atteggiamento è stato senz’altro positivo, a volte si è creato un clima esageratamente allarmistico che ha portato conseguenze egualmente negative.
Tra denunce fondate e infondate, l’operatore sociosanitario ed il magistrato si muovono tra la necessità di fare emergere i “falsi negativi” ed il rischio dei “falsi positivi”. Anche le denunce infondate d’abuso (false allegations) oggi hanno acquisito legittimità come fenomeno e problema sociale.
A tale proposito, giova domandarsi a che cosa corrisponde l’aumento delle denunce di abuso sessuale nel corso degli ultimi anni.
L’ipersensibilizzazione comporta un aumento del rischio di fraintendimenti e di esagerazioni, alimentando fantasie individuali e collettive. Molte ricerche svolte anche nel nostro Paese hanno evidenziato i rischi di vittimizzazione secondaria in relazione agli interventi successivi alla denuncia di abuso. Nel momento in cui da un processo si arriva a una sentenza, la verità giudiziaria non risolve nulla per il bambino. Verità giudiziaria non significa verità clinica. Se alla ricerca della verità processuale non si uniscono interventi di tutela per la presunta vittima sono molto alti i rischi di vittimizzazione secondaria.