Home > Interviste > La violenza sessuale. Intervista al prof. Lino Rossi

La violenza sessuale è senz’altro uno dei temi più dibattuti e sviscerati degli ultimi trent’anni di studi ed interventi clinici, sociali e giuridici sull’infanzia e l’adolescenza ed in particolare, sulla tutela dei diritti minorili. Se poi si volge lo sguardo ai decenni, se non addirittura ai secoli o al millennio precedenti, ci si rende conto di quanto intensa e radicale sia stata, nelle ultime decadi, l’attenzione sociale su questa problematica.

Tuttavia, si tratta di un fenomeno estremamente complesso ed articolato, le cui evoluzioni procedono di pari passo con quelle etiche, morali, economiche e tecnologiche dell’intera società globale. Testimonianza di questo continuo fluire dei fenomeni correlati all’abuso sessuale dei minori è, tra gli altri, il costante aggiornamento dei riferimenti normativi che regolamentano l’azione giuridica in materia.

È dunque necessario che tutti gli operatori che, a vario titolo, sono chiamati ad intervenire nei processi di tutela di bambini e ragazzi, presunti vittime di violenza sessuale intra o extra familiare, siano adeguatamente informati e consapevoli delle implicazioni connesse a questa tipologia di fenomeno. L’impegno preminente, infatti, oltre a tutelare, rimane quello di prevenire e mai come in questo caso, la prevenzione necessita di un’accurata conoscenza. Per stimolare l’interesse degli addetti ai lavori ad approfondire il proprio sapere e saper fare in materia di tutela dell’infanzia dagli abusi e violenze sessuali, abbiamo raccolto il parere del professor Lino Rossi, un criminologo che da diversi anni cura Master di specializzazione in criminologia, con particolare attenzione al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. (dott. Giovanni Lopez)

Intervista al Prof. Lino Rossi, docente di Psicologia dello Sviluppo e direttore del Master di I livello in Criminologia, psicologia investigativa e psicopedagogia forense all’Istituto Universitario Salesiano di Venezia.

32-Rossi LinoProfessor Rossi, i dati statistici ribadiscono come in Italia vengano denunciati molti meno casi di violenza sessuale contro minori rispetto a Paesi europei quali Francia e Regno Unito, del tutto comparabili al nostro per stile di vita e incidenza di popolazione minorile. A cosa può essere imputato un divario così ampio e costante?
Nel nostro paese esiste una forte divaricazione fra diritti formali e diritti reali, soprattutto per quanto riguarda la popolazione minorile. I bambini sono sospesi fra una tradizione che fa riferimento al concetto di “protezione dell’infanzia” e il godimento di veri e propri diritti. L’assoggettamento dei figli all’autorità dei legami familiari, soprattutto dal punto di vista giuridico, non aiuta lo sviluppo di una cultura dei diritti dei bambini svincolata e libera dagli interessi degli adulti. E chi denuncia, ovviamente, sono gli adulti. Così, mentre le ricerche mostrano tra le fattispecie di reato in aumento quelle che si generano all’interno del teatro familiare, dall’altra parte si tende ad inglobare le questioni minorili all’interno di quelle familiari, togliendo ad esse una propria specificità. Le proposte di sopprimere alcune competenze dei Tribunali per i Minorenni ed affidarle a sezioni specializzate, dedicate alla famiglia, vanno in questa direzione. Credo inoltre che i dati italiani dovrebbero essere analizzati suddividendoli nei singoli territori. Scopriremmo che ci sono Regioni in cui le denunce sono fin troppe, ed altre, in cui si presentano come casi isolati.

Il crescente sviluppo di Internet e la sua sempre maggiore accessibilità favoriscono forme specifiche e nuove di sfruttamento sessuale dei minori. Come e quanto e incide questo mezzo sul fenomeno?
Internet incide moltissimo sul fenomeno dello sfruttamento minorile. Per gli adulti rappresenta un’occasione formidabile per consentire facilmente il soddisfacimento di desideri in altro modo impossibili. Bastano 3 minuti per trovare sulla rete materiale pedopornografico, ad esempio. E se nel “mondo virtuale” ci sono foto e filmati di bambini violati, significa che in una località reale queste violenze vengono compiute e industrializzate. C’è una criminalità che potrei definire “globale”, in cui il vero e l’immaginario s’incontrano creando opportunità di predazione apparentemente “innocenti”. O meglio, prive di una responsabilità diretta e quindi vissute in uno stato di disimpegno morale. Le foto sembrano essere lì, indipendentemente da chi le ricerca e ne fruisce. Per i minori l’uso di nuovi media – come i dispositivi elettronici che impropriamente chiamiamo cellulari – permettono di attivare funzioni che incentivano la pedopornografia, rendendo banale l’esposizione del corpo e della sessualità. Pensiamo ai “filmati porno-fai-da-te”, girati con facilità specialmente dagli adolescenti e immessi nella rete con disinvoltura.

Le cronache ed il senso comune tendono ad identificare l’abuso sessuale contro minori con la pedofilia. Quanto è corretto assimilare a questa specifica parafilia un fenomeno così articolato e complesso e quali altre dinamiche psichiche possono sottenderlo?
La pedofilia, intesa nella sua espressione psicopatologica (la classica parafilia) costituisce un capitolo limitato dell’abuso sessuale. Sono diverse le dinamiche psicologiche che esitano, come espressione fenomenica, in condotte sessuali a danno di bambini. In primo luogo occorre distinguere l’incesto da tutte le altre forme di violenza sessuale. Sia esso occasionale, come dimostrano alcuni studi condotti nell’ambito delle violenze domestiche che maturano in momenti particolarmente drammatici della vita familiare, come nelle separazioni o nei divorzi, sia invece quando si manifesta nell’ambito di un intreccio patologico, l’incesto chiama in causa dinamiche relazionali particolari che non sono riferibili alla parafilia. Il pedofilo affetto da perversione, è un soggetto in cui tendenze sadiche e masochistiche s’intrecciano in una storia nella quale la sessualità è stata esperita in età precoce, legata a memorie personali dove aggressività e piacere sessuale sono apparsi in maniera confusa e perturbante, spesso già all’interno del contesto familiare, ma non necessariamente mediante un coinvolgimento diretto. Esiste poi lo sfruttamento sessuale dei minori e la pedopornografia, che riterrei in parte sganciate dalla pedofilia vera e propria, anche solo per il fatto di possedere un’organizzazione criminale alle sue spalle. In tutti i casi si tratta di fenomeni sociopatici che s’inseriscono in modelli deviati di soddisfacimento dell’atto sessuale.

Una delle affermazioni più ricorrenti rispetto ala violenza sessuale contro minori sostiene che “la maggior parte degli abusi si consumino all’interno delle mura domestiche”. Dunque, la famiglia è il principale luogo di rischio per l’abuso?
Questo è emerso dalle ricerche più recenti e ha motivato iniziative di legge atte a reprimere i delitti in famiglia. Gli abusi intrafamiliari rappresentano un’evidenza clinica e giudiziaria. Sarei tuttavia cauto nell’assolutizzare questo dato. Da un punto di vista criminologico credo che sia altrettanto importante analizzare i problemi legati al rapporto fra internet e sfruttamento, collegato alla banalizzazione della sessualità e dell’abuso del corpo da parte delle giovani generazioni. Esistono forme di esibizionismo sessuale e di micro-prostituzione che si stanno allargando, senza che si attivi a riguardo un’adeguata preoccupazione sociale. Ragazzi e ragazze che per ottenere oggetti di valore (telefonini, capi di vestiario, borse o scarpe particolari) usano mezzi artigianali per diffondere le proprie immagini e combinare incontri sessuali, limitati a tale fine: questo, all’oscuro delle famiglie disattente, ma incoraggiati da comportamenti sociali di dubbia moralità. L’idea che il proprio corpo e la propria sessualità possa essere un mezzo e non un fine, per ottenere vantaggi in modo illecito è un fenomeno preoccupante, che la ricerca esita a mettere in evidenza.

Da alcuni anni, anche in Italia, gli esperti di psicologia e psichiatria forense sollecitano l’attenzione delle Autorità Giudiziarie sui crescenti rischi di “falsi positivi” tra le denunce per violenza sessuale contro minori. Quali motivazioni e dinamiche possono esserci alla base di una falsa denuncia? È possibile stimare quante ne avvengano in Italia?
Il fenomeno dei “falsi positivi” riguarda sia le violenze intrafamiliari, sia quelle che si manifestano in ambienti sociali. Pensiamo innanzitutto ai cosiddetti “abusi collettivi”, denunciati all’interno delle scuole, specie le materne. Nel primo caso, coloro che finiscono vittime di false denunce sono genitori (spesso i padri) coinvolti in momenti di crisi acuta della vita familiare: in primo luogo le separazioni o i divorzi difficili e violenti. La denuncia rappresenta un movente rapido per ottenere un allontanamento del genitore “scomodo” e spesso il clima di disperazione che regna nella famiglia in crisi crea una condizione di fondo che rende difficile la valutazione del costo finale di un atto che finisce col generare effetti a medio e lungo periodo quasi del tutto insanabili. Spesso accade che siano i bambini stessi a dare adito a interpretazioni sessualizzate di comportamenti che nella normale vita familiare non sarebbero oggetto di attenzioni “particolari”. Tuttavia la stima reale di queste situazioni appare piuttosto difficile da effettuare.

Comunemente si tende a rappresentare l’abuso sessuale contro minori come un comportamento agito da un maschio adulto verso un bambino o bambina, ma letteratura ed esperienza clinica rilevano come anche le donne ed i minori stessi possano divenire “abusatori sessuali”. Cosa si conosce di queste declinazioni del fenomeno, quanto sono frequenti?
È senz’altro vero che l’abuso sessuale è comunemente considerato come un fenomeno agito da soggetti maschi, e la letteratura conferma questa prevalenza. Per quanto riguarda gli abusi commessi da donne occorre valutare almeno due ordini di problema. Il primo – più importante – è legato alle modalità espressive del desiderio sessuale femminile. Molte forme di violenza sessuale compiute da donne hanno come oggetto l’esibizionismo; che consiste nel mostrare la propria sessualità piuttosto che agirla sul corpo di un altro. Questo rende più labile il confine dell’abuso, almeno sotto il profilo giuridico. In secondo luogo, e parliamo di vera e propria violenza, si deve considerare la prostituzione maschile e il turismo sessuale che le donne (specie di età non giovanile) compiono in paesi in cui questo tipo di prestazioni è abbastanza comune. In questo caso il problema si pone dal punto di vista del diverso grado di riprovazione sociale che anche in questi paesi discrimina la prostituzione maschile, spesso tollerata o non punita, da quella femminile. Se consideriamo il fenomeno nel suo complesso, i dati sono destinati ad ampliarsi in modo considerevole.

L’esperienza di abuso sessuale è normalmente considerata un evento traumatico per un bambino o un adolescente. Quanto può comprometterne “lo sviluppo armonico” e quanto è frequente che determini una sindrome post traumatica da stress piuttosto che altri disturbi psichici correlati?
Quando si affronta il problema del trauma occorre sempre valutare i fattori di rischio e di protezione che entrano in gioco. Un bambino che subisce un abuso è certamente esposto a un rischio evolutivo, ma si tratta di valutare il contesto in cui l’evento accade. Se il fatto provoca l’attivazione di un processo di cura adeguato, la sua resilience, ossia la capacità di far fronte ad esso, può essere l’occasione per una spinta nel senso dello sviluppo, come hanno dimostrato gli studi di B. Cyrulnik. Paradossalmente, un trauma violento, ma isolato, può essere più facilmente affrontato ed elaborato in senso positivo, quando esiste un sistema di cura adatto. Più insidiosi sono invece i “microtraumi”, specialmente quelli che si verificano all’interno della famiglia, in un arco di tempo che si protrae a lungo. In questo caso la vulnerabilità del bambino è messa a dura prova, poiché i responsabili della cura primaria (i genitori) appaiono complici, almeno agli occhi del bambino. Carnefici e spettatori inermi della violenza quotidiana mettono in seria discussione il senso di fiducia del bambino e la sua esistenza si sviluppa in una costante ed opprimente sensazione di pericolo.

Tutti i bambini e gli adolescenti italiani hanno diritto alle cure pediatriche, eppure i casi di violenza sessuale rilevati dal sistema sanitario nazionale rappresentano una cifra residuale del fenomeno. È così anche all’estero? Cosa potrebbe fare la pediatria per favorire l’emersione del cosiddetto “sommerso”?
Su questo punto, e i pediatri potrebbero essere più eloquenti a proposito, è necessario distinguere fra le cure che vengono prodigate al pronto soccorso, in casi di ricovero in emergenza, da quelle che appartengono ai pediatri di famiglia. Mentre nel primo caso si sono rivelati utili i diversi protocolli siglati da ospedali e istituzioni giudiziarie (procure, forze di polizia, tribunali per i minorenni, ecc.) per un intervento rapido in casi conclamati di violenza sessuale, ciò che accade all’interno degli ambulatori periferici si è rivelato molto meno efficace nella scoperta dei fenomeni di abuso. La cultura dei protocolli dovrebbe estendersi anche nell’ambito ambulatoriale, così come accade all’estero. Tuttavia il timore di assumere decisioni impegnative, dagli esiti spesso sconvolgenti, induce i pediatri del territorio nell’indulgere di fronte alla possibilità della denuncia immediata, in casi di dubbio realistico. Forse un aiuto potrebbe essere offerto dalla giustizia, la quale potrebbe avviare le proprie indagini in modo tale da tutelare l’integrità di presunte vittime e indagati, almeno fino al momento in cui non si rivelino forti e consistenti indizi, tali da provocare fenomeni eclatanti come un arresto.

Anche in tema di violenza sessuale contro i minori la “prevenzione” viene indicata come la strategia di contrasto d’elezione. Esistono dati che comparino l’efficacia di diversi modi di fare prevenzione?
La prevenzione è senza dubbio uno strumento privilegiato, ma occorre saperlo tradurre in formule operative efficaci. Fino a qualche tempo fa si considerava il terreno educativo come il luogo d’elezione per informare bambini e famiglie sui rischi collegati all’abuso sessuale. Oggi sappiamo che una maggiore quantità di dati non basta certo per migliorare le performance educative. Le ricerche svolte da Telefono Azzurro hanno dimostrato come l’opera di prevenzione debba essere compiuta più in profondità, affrontando temi come la formazione degli affetti e il rapporto fra sessualità e realizzazione della personalità del minore. È difficile tuttavia lavorare in questa direzione, perché finisce col toccare fattori complessi, che entrano nell’intimità del sistema di cura adottato dalle famiglie italiane. Per prevenire l’abuso occorre incidere sul senso di vulnerabilità delle persone e sui mezzi che occorre mette in campo per elaborare le ferite che i traumi provocano. Da questo punto di vista il lavoro di prevenzione si confonde con l’allargamento della cultura della cura e della legalità, nella sua più vasta accezione.

Dal punto di vista criminologico e considerati i dati epidemiologici nazionali ed esteri, ritiene che l’attuale sistema normativo italiano preposto al contrasto delle forme di violenza sessuale contro minori sia adeguato?
Se consideriamo l’insieme delle norme volte a reprimere i reati specifici, direi di sì. Abbiamo a disposizione un quadro giuridico che ci permette di agire sulle violenze sessuali e sulla pedofilia, in modo adeguato. Per affrontare il problema in modo più organico sarebbe tuttavia necessario introdurre una serie di norme più efficaci per quanto riguarda alcuni reati familiari meno eclatanti, ma di grande impatto psicologico, come ad esempio la violenza assistita, spesso correlata a fattori di carattere sessuale, benché non diretta sui bambini. Infine sarebbe davvero ineludibile legiferare sul modo attraverso il quale la stampa tratta il problema dell’abuso, sfruttando in modo criminale, l’effetto emotivo della notizia. L’attuale politica dei mass media provoca un allarme sociale forte e persistente, tanto da creare un fondo d’inquietudine tale da rendere meno significativo il lavoro della giustizia e destare il fenomeno dei “falsi positivi”, agendo in maniera contraria a ciò che utile e necessario fare per contrastare efficacemente il fenomeno.


Letture consigliate

– Antonia Bifulco, Patricia Moran, IL bambino maltrattato, Roma, Astrolabio, 2007;
– Alicia F. Lieberman, Patricia Van Horn, Bambini e violenza in famiglia, Bologna, Il Mulino, 2007.

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